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I fatti di Parigi: spunti di riflessione

Non moriamo neanche se ci ammazzate

È possibile non vivere nella paura? Ad Aleppo lo fanno, in Nigeria, Kenya e Mali lo fanno. Possiamo farlo anche noi.

di Maria Acqua Simi

Gli stadi evacuati in Germania, i falsi allarmi bomba che da giorni si susseguono a raffica in tutta Europa e poi la paura. Maledetta paura che paralizza tutto, avvizzisce la vita, rende incapaci di reagire perfino di fronte al dolore. Lo sanno bene gli jihadisti che dalle lontane periferie irachene inneggiano con le bandiere nere al Califfato globale, e che ora sono arrivati a casa nostra. Sono cresciuti tra i banchi di scuola con i nostri figli e chissà quante volte li abbiamo incrociati al supermercato, sui marciapiedi, al lavoro. Sono entrati nella nostra quotidianità e poi hanno sfoderato l'arma più efficace: quella del terrore. Così oggi ciascuno di noi ha ricominciato la settimana chiedendosi se quel viaggio di lavoro a Parigi sia davvero così necessario, se non sia il caso di svendere online i biglietti della partita che era stata promessa al figlioletto, valutando l'opportunità di vietargli perfino i concerti dei prossimi vent'anni. Per non parlare del Giubileo: «Siam matti ad andare in piazza a Roma? Qualcosa succederà di sicuro». Tutto per paura.

Per paura che qualche vigliacco kamikaze possa farsi saltare in aria, uccidendo altri innocenti come è accaduto ancora ieri nel quartiere parigino di St-Denis o - anche se qui se n'è parlato assai meno - in Nigeria.

Eppure, in questi giorni pieni di rabbia e acuto senso di vertigine, tornano alla mente le parole di Giovannino Guareschi: «Non muoio neanche se mi ammazzano». Lo disse dal lager, Giovannino, e intendeva dire che quando un uomo è libero e ha fede, quella libertà e quella certezza non gliela strappa via nessuno. Del resto è quello che ci hanno testimoniato in questi mesi i tanti fratelli cristiani in Medio Oriente o nel Nord Africa. Pur nella guerra, perseguitati e costretti a vivere sotto la continua minaccia dei bombardamenti, continuano ad affermare la bellezza della vita.

Basti pensare alla gente che in Nigeria, Kenya e Mali continua ad affollare le chiese e le moschee nonostante le stragi. Oppure ai profughi di Erbil o a padre Ibrahim ad Aleppo. È commovente sentire quando raccontano che l'unica cosa rimasta in piedi in città è l'università e di come si adoperino tutti per difenderla e poter fare in modo che i giovani - il futuro della Siria - possano studiare e studiando costruire il bene del Paese. A decine hanno chiesto asilo nel convento per poter preparare gli esami, e magari prima erano come tanti di noi, che in università ci andavano a volte svogliatamente. Oggi invece poter chinare la testa sui libri è un privilegio che vogliono gustarsi fino in fondo.

È uno schiaffo per tutti noi vederli reagire alla violenza non rassegnati ma più vivi di prima. Nelle loro città e nei campi profughi mancano l'acqua, il lavoro, le scuole. E così la gente si è organizzata per far giocare i bambini, per trovare dei lavoretti, cominciare a ricostruire dove possibile, tenere pulite le povere tende o le chiese. I lettori del Giornale del Popolo ricorderanno sicuramente la testimonianza di monsignor Amel Nona, vescovo caldeo di Mosul, quando dopo la cacciata della sua gente dalla piana di Ninive raccontava: «Ci hanno tolto tutto eppure non siamo caduti. Guardo la mia gente e dai loro occhi so che vivono».

E allora, se è possibile per loro, perché non deve esserlo per noi? Perché non guardare a quello che è successo in questi giorni cercando di dare un giudizio e di non rintanarci in casa? Forse si potrebbe ripartire proprio da quello che ci hanno testimoniato migliaia di persone dall'altra parte del mondo e così ricominciare a guardare tutto, e per davvero.

Così andando domattina al lavoro, a scuola, in università o semplicemente facendo le pulizie di casa, potremmo accorgerci di quanta bellezza c'è intorno a noi e decidere che no, alla paura non si cede. Che per quanto sgangherate e tristi possano risuonare le parole dei leader europei o quelle riversate sui giornali, per quanto terribili possano sembrare le minacce dell'ISIS, noi la testa ancora la alziamo e ci rimbocchiamo le maniche. La fifa magari un po' resterà, ma la libertà non ce la potrà levare nessuno. Cosicché anche noi potremo dire insieme a Giovannino: non moriamo neanche se ci ammazzate.

(Giornale del Popolo - Quotidiano della Svizzera italiana)

Non avrete il mio odio

Se ciò che chiamiamo Occidente ha un senso, questo senso palpita nelle parole con cui il signor Antoine Leiris si è rivolto su Facebook ai terroristi che al Bataclan hanno ucciso sua moglie.

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l'amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.

L'ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d'attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l'affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

(Massimo Gramellini, La Stampa online)

 

Le mie due ore da ostaggio a discutere con i terroristi

Due ore e mezza dentro al Bataclan, tra quegli ostaggi usati dagli attentatori dello Stato Islamico per trattare con la polizia a distanza, oppure come scudi umani. La testimonianza di Sébastien rilasciata alla radio transalpina Rtl è qualcosa di unico, perché l'uomo francese ha potuto anche parlare con i terroristi entrati in azione venerdì 13 novembre a Parigi, cogliendo i motivi della loro follia e condividendo con loro quei momenti così tesi e drammatici. «La vita è appesa a un filo, c'è bisogno di apprezzarla: non c'era niente di più serio che il fatto che eravamo ancora vivi», può dire oggi alla radio, ripercorrendo i momenti della strage. Ecco la traduzione della sua intervista.

Eravate dentro il Bataclan e avete discusso a lungo con gli attentatori, è vero?

Sì, prima hanno discusso tra di loro, poi ci hanno fatto il loro discorso sul perché erano li.

E cosa vi hanno detto?

Ci hanno spiegato che erano le bombe che erano state sganciate in Siria a spingerli ad essere lì, per mostrare, far vedere a noi occidentali ciò che quegli aerei facevano là (in Siria). Quindi ci hanno portato nella sala, dove c'erano i feriti ancora agonizzanti, e ci hanno spiegato che non era che l'inizio. E che la guerra cominciava in quel momento e che erano lì a nome dello Stato Islamico. Poi ci hanno chiesto se eravamo d'accordo con loro, e vi lascio immaginare il silenzio che c'è stato in quel momento. Poi i più timidi hanno annuito con la testa e i più temerari hanno risposto a voce alta di sì. Ci hanno anche chiesto se avevamo un accendino, e quando ci hanno riportato nel corridoio dove ci hanno tenuto in ostaggio, ci chiedevano spesso di fare il palo o di gridare ai poliziotti dalla finestra di non avvicinarsi perché se no avrebbero fatto esplodere la loro cintura esplosiva, che non avevano paura.

Ma perché vi hanno chiesto un accendino?

Mi hanno dato in mano delle banconote e volevano sapere se per me i soldi avevano importanza. Ho chiaramente risposto di no, e volevano che io bruciassi quelle banconote. Mi sono sentito come Gainsbourg in quel momento, l'unica differenza era che io ero obbligato a farlo e che non era un atto volontario da parte mia. Quindi, ecco, c'è stato una sorta di scambio, di dialogo, e gli altri ostaggi alla fine mi hanno ringraziato per questo, non tanto per farmi passare per un eroe, perché i veri eroi, quelli, sono morti quella sera, quelli che hanno protetto gli altri. Ma comunque c'era uno scambio di parole.

Con il distacco che può avere adesso, di fronte a questo dialogo avuto con questi terroristi, che cosa ne pensi? Cosa trattieni? Cosa suscita in te 72 ore dopo?

Tre giorni dopo, ci penso ancora, e quella conversazione era marcata dal solco dell'urgenza, ogni parola mal detta o mal interpretata può diventare una provocazione. E in quel momento lo accetti, quando vedi che si arrabbiano quando gli rispondi, quando vedi che non hanno senso dell'umorismo...

Se ti chiedessi cosa volevano veramente?

Ecco, questa è una bella domanda, è la domanda che ci facciamo ancora noi, gli ostaggi che siamo stati testimoni dei loro dialoghi con i negoziatori. La sola vera richiesta che hanno formulato, attraverso le 4 o 5 chiamate che hanno ricevuto, era semplicemente che i poliziotti si allontanassero, o che comunque non si avvicinassero. Quindi ne abbiamo concluso che in qualche modo avrebbero voluto salvarsi la vita, eppure a noi sembrava così poco probabile dopo la strage che avevano fatto che pensassero di poter avere salva la vita... Volevano anche parlare con dei giornalisti... Hanno avuto un negoziatore che li ha tenuti in contatto... E tutto quello che continuavano a chiedere era solo che i poliziotti si allontanassero.

Ed eravate voi ostaggi a fare da intermediari in tutta questa negoziazione?

Sì, sì.

E quanto è durato?

Un'ora. E facevamo il palo alla finestra, ci chiedevano di dirgli dov'erano i poliziotti e di gridargli di allontanarsi. Effettivamente si, eravamo noi gli intermediari. E anche più che semplici intermediari... C'erano alcune persone che sono state usate come scudi umani, messi davanti alle porte fino all'assalto. Messi davanti alle porte, gridavano ai poliziotti di non avvicinarsi. E il raid è stato di una precisione salvatrice, perché il primo colpo che hanno sparato attraverso la porta è passata esattamente in mezzo alle due persone che facevano da palo. Poi hanno buttato giù la porta e la sparatoria è iniziata.

Sei riuscito a cancellarti dalla mente l'immagine del kalashnikov puntato su di voi?

Non è esattamente l'immagine che trattengo di più. Nel momento in cui (l'attentatore) ha iniziato a parlare, ho pensato che forse ero destinato a vivere, perché era molto facile ammazzarmi in quel momento, ero totalmente alla sua mercé, quindi questa immagine mi ha colpito e resterà scolpita come l'inizio della speranza, seppure così paradossale come può sembrare, perché fino ad allora ero scappato, volevo nascondermi, e a partire dal momento in cui mi hanno trovato non hanno voluto uccidermi, e questa è stata la mia possibilità.

Che cosa avete imparato da questa cosa così straordinaria che vi è capitata? Ricordiamoci che voi avete salvato la donna incinta che si era appesa alla finestra per scappare, che avete parlato con gli attentatori, che avete passato un'ora con un kalashnikov puntato in faccia... Cosa avete imparato Sébastien?

Che la vita è appesa a un filo, e che c'è bisogno di apprezzarla, e che non c'era niente di più serio che il fatto che eravamo ancora vivi.

E cosa avete imparato da loro, gli aggressori?

Non molto... se non che avevano bisogno di un ideale che il mondo occidentale in cui vivevano – dato che erano chiaramente francesi, si esprimevano in francese – il mondo in cui vivevano non ne offriva uno. E hanno trovato un ideale mortifero, di vendetta e di odio e di terrore. E ad certo punto hanno voluto salvare la loro vita prendendoci in ostaggio, ed è stata la nostra salvezza, il fatto che ci tenessero alla loro vita. Ma hanno realizzato troppo tardi che la vita era importante. E io oggi posso rendermi conto che ogni istante che passo con i miei parenti, è un bonus, una benedizione. I semplici momenti di una vita fanno parte delle cose più belle che possiamo avere, e di questo non ce ne rendiamo conto se non quando ci capitano delle sorti di elettrochoc come quello che ho vissuto. Ho l'impressione di essere nato una seconda volta e voglio fare in modo di gustare questa nuova vita che mi è stata offerta.

(tratto da Bergamopost)